Le cappelle a Leinì nel 1813

di Toni Balbo

Sono state rinvenute alcune pagine di un registro redatto nel 1813, durante la dominazione francese, nel quale sono inventariate le cappelle situate nelle campagne del Comune di Leinì.
Purtroppo il registro non è completo e non ci può restituire la consistenza di tutte le cappelle, ma ci può dare importanti informazioni circa la meticolosità dell’inventario e anche qualche curiosità.
L’intestazione del registro riporta:
Departement du Po (dipartimento del Po) – Arrondissment de Turin (circoscrizione di Torino) – Canton de Caselle (municipalità di Caselle).
Etat des chapelles (stato delle cappelle) divise per:
rurales on champeties (rurali e di campagna);
domestiques (di famiglia);
pubbliques (pubbliche);
situées sur le territoire da la Commune de Leynì.
I dati rilevati sono i seguenti:
la regione dove è situata la cappella, la proprietà, dedica della cappella, se è in paese o in campagna, la distanza dalla parrocchia, se è stata autorizzata prima o dopo la riunione del Piemonte alla Francia (!), osservazioni e avvisi del vescovado.
Ed ecco alcune registrazioni:
– San Rocco, di proprietà del Comune, non ha bisogno di restauri;
– al mulino, di proprietà comunale, Beata Vergine delle Stelle, il Governo ha autorizzato la sua vendita, e relativa demolizione, per consentire la sistemazione della strada adiacente (via Settimo);
– due cappelle “domestiche” alla Becca, dedicate a San Lorenzo e alla Vergine delle Grazie, che non hanno bisogno di restauri;
– la Borgnatera, dedicata a San Carlo;
– San Lorenzo, dedicata a … San Lorenzo;
– Grivetta, dedicata alla Beata Vergine;
– Musica, Beata Vergine;
– Todesca, San Grato;
– Vauda (cascina dei frati), Beata Vergine;
– Le Basse, Beata Vergine.

L’intestazione del registro

Leinì a Roma

di Toni Balbo

Un nostro lettore in gita a Roma mi ha segnalato una grande carta nei Musei Vaticani che descrive la zona di Torino intorno al 1500.
Si pensa che la carta sia solo una rappresentazione del territorio e non una carta topografica, lo si desume dalle grosse imperfezioni sia nella posizione dei centri abitati che nella denominazione degli stessi.
Fra Borgaro, Caselle e Flet (Feletto) la carta indica il paese di Lemele: che sia Leinì?
Questo toponimo non l’ho mai trovato da nessun’altra parte: lo aggiungiamo ai trenta che abbiamo gia trovato?
Nel dipinto, Torino viene rappresentata con la fortezza della cittadella in bella evidenza. La datazione dovrebbe essere perciò intorno al 1600.

La zona di Torino nella carta dei Musei Vaticani

Gli sportivi leinicesi

di Toni Balbo

Nel secolo scorso gli sport più praticati dai leinicesi erano sicuramente il calcio ed il ciclismo, seguiti dall’alpinismo, lo sci, l’atletica (podismo), le bocce, la caccia, ecc.
Dei primi due abbiamo le immagini della partenza di una gara ciclistica da piazza Vittorio Emanuele II e della squadra dei geometri in un torneo amatoriale di calcio, tenutosi nel campo sportivo di via Caviglietto con sullo sfondo l’allea dei tigli di via Torino.
In merito a quest’ultima si riconoscono i geometri Ronco, Devià, Argano, Grogno, Silvio Luetto, Ballesio (portiere). Riconoscete qualcun altro?

La partenza dei ciclisti
La squadra dei geometri

Ancora sulle campane di Leinì

di Toni Balbo

Come ormai arcinoto, l’operazione campanile della parrocchia si sta felicemente concludendo e abbiamo già modo di sentire il famigliare suono delle sue campane.
Avendo avuto la possibilità di vederle da vicino, mi ha incuriosito una scritta sulla campana più grande e più vecchia:
ROMA CAPUT MUNDUS EST SECUNDUS TAURINI, con alla sinistra l’immagine della Madonna della Consolazione (la Consolata).
La campana è stata fusa nel 1812 in piena epoca francese.
Dal 1802 al 1814 il Piemonte era diventato una provincia francese, chiamata Au delà des Alpes, ed era nota l’avversione di tale governo nei confronti della religione, per cui la scritta dovrebbe essere interpretata anche considerando il particolare periodo storico.
In ogni caso occorre partire dalla traduzione corretta. Non avendo studiato il latino mi sono rivolto al nostro associato e latinista Bruno Lupi che ha così tradotto:
ROMA È LA CAPITALE DEL MONDO, LA SECONDA È A TORINO.
E adesso provate voi a dargli un senso!

La campana grande pesa 485 Kg. e il suono è un SOL

La classe delle ragazze di Leinì

di Toni Balbo

L’immagine, forse della fine ‘800, di una scolaresca femminile di Leinì, scattata di fronte agli ingressi delle aule in via Provana 2.
In alto a destra la scritta a mano “Leynì 3”.
Si notano gli eleganti ed ampi colletti di pizzo indossati da diverse ragazze, le scarpe inzaccherate, pochi visi sorridenti e i vestiti che, seppur più che dignitosi, non avevano molta confidenza con il ferro da stiro.
A destra la (probabile) bidella con le chiavi delle aule e a sinistra il (sembra improbabile) maestro.
Qualche lettore riconosce un’antenata?

La classe terza femminile di Leinì di fine 1800

 

 

 

Leinì nel 1925 (circa)

di Toni Balbo

Dalla fotografia aerea del comune di Leinì, eseguita dal XIII stormo, 43° Gruppo, aeroplani da bombardamento nell’anno 1925 (circa), ho estrapolato due particolari:
– il primo riguarda la zona della stazione, dove si notano la presenza del belvedere (cocolin) e una stesa di tovaglie e lenzuola di un lavandaio;
– il secondo l’incrocio fra via Torino e via Dei Paschi, dove sono immortalati tre lavoranti nell’atto del taglio del grano.

La “stazione”

Il taglio del grano (clicca sopra per ingrandire)

La borgata Raviolo di Leinì

di Toni Balbo

Osservando il reticolo centuriale di Leinì, risalente al primo secolo avanti Cristo, nel tratto della borgata Raviolo, situata alla confluenza fra via Carrera e via Del Padre, risaltano alcune particolarità.
Sulla carta francese del 1810 ~, la località è denominata Les Croset. Il toponimo è stato sicuramente indicato da persone abitanti del luogo, da ritenersi perciò di antica memoria.
La sua posizione è situata all’incrocio fra un cardo e un decumano che delimita le centurie della zona.
Croset (pron. crusèt) in piemontese è un cognome, Crosetto (esistente quasi solo in provincia di Torino) e può derivare proprio dal fatto che in origine abitavano presso quell’incrocio.
Attenzione, queste che sto facendo sono supposizioni, ma l’assonanza dei termini, il toponimo e la prossimità dell’incrocio tracciato dai Romani, provocano delle forti coincidenze.

Il reticolo delle centurie è segnato in blu.

Un’altra particolarità si osserva rispetto all’orientamento dei fabbricati più antichi situati fra la borgata Raviolo e il cimitero. Sono quasi tutti disassati rispetto al fronte strada di via San Francesco al Campo. Ma se tracciamo il decumano di quella zona, le case come d’incanto risultano essere tutte ortogonali ad esso.
Sicuramente le case non sono antiche di millenni, ma questo fatto può voler dire che la strada centuriale originaria possa essere stata presente fino a qualche secolo fa.

Il decumano è tracciato in rosso

Sulla storia (anche di Leinì)

di Toni Balbo
Ultimamente ho letto un bel libro dal titolo “Prima lezione di storia moderna” di Giuseppe Galasso, edito da Laterza & Figli. Vi voglio proporre un paio di pagine che mi sembrano significative.
No documents, no history, si potrebbe dire, e a molto migliore ragione, parafrasando un noto slogan pubblicitario. Il passato, si dice, è un non più. Alcuni ne parlano come di un’assenza. In realtà, non si tratta né di qualcosa che non è più, né di un’assenza. Si tratta semplicemente del passato, cioè di vicende umane che hanno avuto luogo e che noi, secondo le nostre possibilità, vogliamo o dobbiamo rievocare. E le rievochiamo perché ne sentiamo oggi il bisogno, e ciò significa che il passato in qualche modo, in qualche misura, è ancora con noi; e che presso di noi la sua non è la presenza di un’assenza, ossia di qualcosa che non c’è, bensì la presenza di un elemento di cui avvertiamo la sollecitazione. Il lavoro degli storici è, appunto, quello di giungere a una rievocazione la più piena possibile di quel passato. Come?
Servendosi, si può subito rispondere, di tutte le tracce che il passato lascia di sé, del suo operare e del suo pensare, sentire e, insomma, di tutta la sua vita materiale e morale. Per lunga tradizione il lavoro storico ha privilegiato in modo quasi esclusivo le tracce scritte del passato, ossia documenti pubblici e privati, libri e scritture di qualsiasi genere, iscrizioni o epigrafi su tombe, monumenti, pietre miliari, o sugli “avanzi” (come pure si dice) in qualsiasi altro modo giunti fino a noi. Poi è stato a giusta ragione osservato che i documenti e le tracce del passato non sono affatto limitati alle scritture, quali che esse siano, ma che anche le opere d’arte, gli utensili, le produzioni dell’artigianato, i capi di abbigliamento e di arredamento, gli arnesi di lavoro, gli oggetti preziosi, una tavoletta votiva e, quindi, ogni altro oggetto o cosa che ci sia pervenuta, è una traccia di quel passato. Né basta: leggende, tradizioni, credenze, la struttura delle lingue, i modi di dire, la fisionomia del paesaggio urbano e non urbano, le pratiche produttive della vita economica, i resti organici e fossili di qualsiasi tipo, i mutamenti climatici in quanto ricostruibili sono diventati via via documenti storici non meno rilevanti di qualsiasi scrittura. L’archeologia, la linguistica, lo studio dell’immaginario, la storia della tecnica e varie altre discipline hanno contribuito, così, a un provvidenziale allargamento della documentazione storica. Si sono messe a punto tecniche molto sofisticate per individuare la data e l’autenticità, oltre che la natura e il significato, dei documenti storici. Si sono studiate le maniere migliori non solo di rintracciare tali documenti, ma anche di conservarli.
Nell’ampiezza, praticamente illimitata, assunta dal tipo di documentazione a cui rifarsi per gli studi storici, la documentazione scritta ha conservato, tuttavia, una certa preminenza. Questa preminenza ha diverse ragioni. La principale è certamente che la scrittura offre una espressione solitamente diretta e immediata di quanto con essa si vuole attestare, ricordare, disporre, affermare o negare, modificare o revocare, e insomma stabilire a futura memoria o per le esigenze più o meno urgenti del presente. È come se, essendo stata il primo mezzo di comunicazione consapevolmente usato per scrivere di storia, la scrittura conservasse una sorta di diritto di primogenitura anche dopo che la tipologia delle fonti storiche è diventata tanto più ampia e diversificata”.
Non si può che concordare con il Galasso, osservando che le cose scritte a futura memoria, soprattutto se stampate sulla carta, conservano anche tutti gli errori in esse contenuti.
Mi è capitato recentemente di leggere che i Marchesi di Monferrato sarebbero stati i primi feudatari di Leinì. Se il Marchese potesse, oltre che rivoltarsi nella tomba, saltare fuori dalla fossa in cui giace, passerebbe in un baleno a fil di spadone l’autore di una simile fesseria!

La genealogia dei Balbo di Leinì

di Toni Balbo

Dopo più di tre lustri sono riuscito, finalmente, ad ultimare la genealogia dei Balbo di Leinì.
La ricerca è stata lunga e faticosa, non solo nel reperimento dei dati ma anche nella interpretazione degli stessi.
La raccolta dei dati (nome e date di vita) è stata fatta nei cimiteri, negli archivi comunali e parrocchiali, negli atti testamentari, ecc. e mi sono limitato alla linea paterna.
Il loro ordinamento ha comportato la comparazione delle date ma anche dei nomi di battesimo, che sovente si ripetevano. Curiosi quelli di Francesco – fu Francesco – fu Francesco, o di Francesco sepolto come Giuseppe: “la moglie pose”!
Il cognome era Balbo, ma anche “detto Mossetto”, ma anche solo “Mossetto” o, per non sbagliare: “Balbo Mossetto”!
I rami dei Balbo di Leinì sono tre, ai quali ho dato il nome del luogo di residenza, cioè Palera, Roveglia e Verdiero (via Matteotti).
La comparsa del primo Balbo a Leinì è datata intorno al 1770 e proveniva da Volpiano.
Nell’archivio parrocchiale di Volpiano sono risalito fino al 1630; tra tutti i Balbo, l’antenato di quelli leinicesi è Balbo Mossetto Giovanni Domenico morto il 5 luglio 1747: “Raccomandabile Giovanni Domenico fu Giovanni, dei Balbo Mossetto, di questo luogo, quasi ottantenne (nato perciò nel 1667), pentito e munito di Eucarestia, è morto la notte precedente e oggi è stato sepolto nel cimitero parrocchiale maschile”. Proprio così, in quell’epoca, a Volpiano, neanche da morti i maschi potevano stare vicino alle femmine!
A questo punto bisognava fare l’albero genealogico, come farlo?
Intanto mi sono limitato al ramo della mia famiglia, quello di Roveglia, se no veniva troppo grande.
Ho preso una tavola di legno e ho disegnato i solchi che i miei antenati hanno lasciato nell’albero della vita, a sinistra la scala delle date dal 1630 al 2090, a destra le incisioni della lunghezza di vita con il nome di battesimo, un righello permette di conoscere le date di nascita e di morte di ognuno.
E adesso tocca ad altri riempire gli spazi lasciati vuoti.

Albero genealogico dei Balbo

Un particolare

Come eravamo… a Leynì

Un’immagine di inizio XX secolo ritrae le ragazze leinicesi della scuola di ricamo diretta dalle suore dell’asilo infantile Vittorio Ferrero.
Da notare il filo da ricamo sulle spalle delle allieve e la macchina da cucire al centro della fotografia.
L’immagine è firmata da Piero Borghesio con il timbro a secco in alto a destra: il particolare è stato ingrandito e capovolto.

Clicca sopra l’immagine per ingrandire