La storia di Leinì nella colonna del tempo

di Toni Balbo

Con la speranza che possa rivelarsi utile, ho elaborato una colonna del tempo della storia di Leinì: consiste in una presentazione interattiva attraverso la proiezione di immagini che possono essere commentate a voce dal relatore.
Potrebbe essere utile a livello didattico per illustrare agli scolari la storia del luogo in cui vivono, oppure per i nuovi concittadini, o per chi voglia inquadrare nel tempo fatti che già conosce.
La presentazione segue uno schema libero, lasciando la possibilità di fare salti nel tempo e confrontare epoche diverse. Infatti la colonna serve da riferimento temporale, le caselle colorate di verde sulla destra aprono immagini o schede informative relative all’avvenimento da commentare a voce. A sinistra alcuni riferimenti alla storia “classica” e la scala degli anni. I colori della colonna indicano approssimativamente i grandi periodi storici.
Naturalmente, per provare la presentazione ad un uditorio occorrerà attendere la fine della buriana pandemica.

I banchi della parrocchia di Leinì

di Toni Balbo

Anche i banchi della parrocchia possono raccontare delle storie interessanti.
I banchi della navata centrale sono stati tutti sostituiti un paio di decenni fa con nuovi anonimi manufatti, mentre nelle due navate laterali si possono ancora vedere dei piccoli banchi donati dai leinicesi che hanno voluto far sapere, con targhette e scritte, i nomi dei dedicanti. Alcuni sono di ottima fattura, altri più semplici, ma da tutti traspare la volontà di lasciare una traccia della propria fede.

Ci sono poi i ricordi personali: due grandi banchi, posti in quarta o quinta posizione nella navata centrale, uno a destra nella parte riservata agli uomini e uno a sinistra riservata alle donne. Avevano le portine di accesso, lo stemma del Comune intarsiato sullo schienale e il foro per inserire il gonfalone comunale.
Erano i banchi, di sontuosa fattura, riservati agli amministratori comunali, i cui serramenti volevano rimarcare la distinzione fra le “autorità” ed il “popolino”. I banchi sono stati poi smantellati e posti ai lati del presbiterio. Con un montaggio fotografico ne abbiamo ricostruito le sembianze.

Ricostruzione del banco del Comune (di Alessandro Balbo)

Recentemente mi è stata segnalata la presenza di un vecchio banco, ormai riposto nei magazzini, sul quale le tarme hanno lungamente “banchettato”. Si tratta di un banco semplice e povero, come lo dovevano essere tutti in passato, ma con una scritta che lo identifica sia nella funzione che nella datazione: LA MERIE (pronuncia: la merì).
La scritta non è proprio esatta, ma in quel tempo non tutti conoscevano la corretta grafia francese: avrebbero dovuto scrivere LA MAIRIE (pronuncia: la merì), il risultato nella pronuncia è il medesimo.

La mairie è il municipio, per cui il banco era riservato alle autorità municipali e la sua datazione è da ritenersi intorno al 1800. In quel tempo eravamo sotto la dominazione francese e considerando il particolare momento storico, la presenza del sindaco alle funzioni religiose poteva anche intendersi come un ostentato controllo diretto delle omelie degli officianti, affinché non criticassero il nuovo regime.
Abbiamo notizie di quel periodo dalle lettere che Padre Francesco Niccolò Ferrero inviava alla Curia arcivescovile di Torino sulla situazione dei sacerdoti di Leinì, divisi, così come la comunità, fra “realisti” (leali al re) e “giacobini” (sostenitori della repubblica).
Nel 1809 le maire – il sindaco – di Leynì era l’avvocato Larue e il sig.r Bertetti era l’aggiunto.
A Leinì erano presenti almeno sei sacerdoti: don Francesco Bernardi, parroco, don Cesare Calvetti, vice parroco, Padre Francesco Niccolò Ferrero, insegnante e informatore dell’arcivescovo Giacinto Vincenzo della Torre, Padre Capirone, Don Perino, Don Clemente Alovisio e suo fratello anch’esso sacerdote.
Un grazie a don Pier, a Gianni e a Vittorino.

Società M. I. Leynicese fondata nel 1907

di Toni Balbo

Nel giorno di Natale dello scorso anno, un nostro affezionato lettore si è rivolto alla nostra Associazione, affinché lo consigliassimo circa la destinazione di un caro ricordo che la sua nonna Secondina Balbo ha gelosamente custodito per molti decenni.
Si tratta di una bellissima bandiera, ricamata su vellutino porpora, alla cui vista, confesso, mi sono emozionato, sia per la splendida fattura e sia per il valore storico che poteva nascondere.
Il nostro lettore mi segnalava che tale reperto aveva a che fare, come gli aveva raccontato la nonna, con il fuoco, ma non sapeva altro.
Le dimensioni del drappo cm. 110 per 130 e l’asta di cm. 270 rivestita di velluto chiodato sono considerevoli.
Lo stemma di Leinì sormontato dal cartiglio con la scritta “In Omnibus Unio”, circondato da volute di fiori e sulla parte posteriore la bandiera italiana con la scritta “Società M.I. Leynicese fondata nel 1907”, lascia stupiti.
Cosa vuole dire l’acronimo M.I.? Inizio la ricerca in rete e negli archivi. Mi arrovello per un’intera giornata, ma a tarda sera trovo le risposte!
Si tratta della bandiera della “Mutua (contro gli) Incendi” citata nel verbale della Società di Mutuo Soccorso di Leinì del 7 luglio 1907: “Successivamente si diede lettura di una lettera della Società contro i danni d’incendio, denominata la Leynicese, a mezzo della quale fa invito a questo Sodalizio onde voglia parteciparvi a quell’istituzione come socio e come abbonato, chiedendo il valido appoggio sia morale che materiale a quella nuova istituzione.
Ad un tale riguardo prendono parte alla discussione il consigliere Marchetti Bartolomeo, il revisore Ferrero Andrea ed il vice presidente Favero Luigi e dopo lo scambiarsi vicendevolmente nella parola in merito chi in un senso e chi in un altro, si addivenne alla convenienza di aderire a tale invito approvando cioè: che questa Società sia iscritta come socio in quella e non appena avrà termine l’abbonamento d’assicurazioni incendi in corso, faccia il nuovo abbonamento nella Leynicese”.
In quel tempo la polizza assicurativa contro gli incendi si chiamava “abbonamento del fuoco”.
La Società ebbe vita breve, una trentina d’anni. In quel periodo gli incendi erano purtroppo frequenti e la raccolta delle quote non consentiva la necessaria sostenibilità, finché nel verbale della Società di Mutuo Soccorso del 3 maggio del 1936 viene riportato: “Successivamente il Presidente fa presente ai convenuti di avere ricevuto la somma di Lit 50,00 dalla cessata Società di assicurazione contro i danni d’incendio la “Leynicese” in liquidazione, quale premio di fiducia. Tale somma venne ritirata dal cassiere in seduta stante. L’adunanza accogliendo il desiderio del Presidente approva che tale somma sia devoluta a favore del Santuario della Madonna delle Grazie di questo comune, per la costruzione di un alloggio destinato al cappellano che dovrà funzionare nel detto santuario”.
Termina così la breve vita di una Società benemerita sorta per sopperire ai danni dagli incendi, spesso fatali per la sopravvivenza delle cascine e delle case dei leinicesi.

La bandiera della Mutua Incendi sarà custodita dalla Società Agricola Operaia di Mutuo Soccorso di Leinì, come è naturale che sia, insieme alla propria bandiera storica (molto simile) e alla targa della Mutua dei Coltivatori Diretti, ritrovata recentemente, che, insieme, continuano a testimoniare lo spirito di aiuto mutualistico che ha sempre animato i leinicesi e che si protrae ormai da circa centosettantanni!

Lettere particolari dal passato

di Giuseppina Benedetto

Nei primi mesi di quest’anno ho effettuato una ricerca sugli antenati della mia famiglia e ho ricevuto dei contributi di tipo orale e fotografico da parte di parenti e conoscenti.
I miei cugini di borgata Ruffini (Leinì) mi hanno fornito una quantità notevole di annunci funebri, conservati da mia nonna e poi dai suoi discendenti. Così ho potuto ricavare nuove relazioni di parentela e collocarle nel tempo.
Essi riguardano i decenni 1920 – 30 – 40. Sono comunicazioni private, consegnate a mano ai parenti, ai vicini, ai conoscenti oppure spedite.
Si tratta di un foglio nero doppio di 25 cm per 31 cm, piegato a metà in formato di lettera, con la chiusura bianca per l’eventuale mittente e sul retro un rettangolo bianco per il destinatario.
All’interno è stampata la descrizione del decesso con una traccia simile alle epigrafi attuali, con alcuni particolari in più : l’ora della morte, la frase dei parenti “dalla lontana America”, la preghiera è “una prece”, tutti deceduti in casa; il linguaggio religioso è ricco di sentimenti e accorato.
L’annuncio ai leinicesi della scomparsa di un compaesano avveniva con il suono delle campane: “la passà”, due rintocchi della campana grande seguiti da una pausa, ripetuti più volte.


L’esterno dell’annuncio

La cascina dei Frati a Leinì

di Toni Balbo

In una carta databile intorno al 1750 la cascina a sinistra sulla salita della strada per Lombardore, si chiamava Cassina dei P.P. (Padri) del Carmine, nome poi modificato nel più pratico Cascina dei Frati.
Contrariamente a quanto comunemente creduto, non è mai stata un convento, anche se la presenza di una torretta con la campana potrebbe far pensare a tale destinazione. Le campane erano presenti nelle grandi cascine per poter comunicare con le persone al lavoro nei campi.
Esiste una carta topografica della proprietà redatta nel 1835 dove sono indicati gli appezzamenti, le relative colture praticate e la scala in trabucchi, misura lineare antecedente il sistema metrico decimale.
Riporto di seguito la parte riguardante l’abitato che risulta essere, nella struttura, praticamente uguale al presente.


La carta in oggetto

Quel che resta della torretta campanaria

I numeri descritti nella legenda corrispondono a:
10 – vigna della ripa;
11 e 17 – alteno (misto di piante da frutto e orto);
28 – casa civile, rustico e corte;
29 – orto del massaro;
30 – giardino civile;
32 – peschiera.
Il disegno è stato fatto su carta pesante dai tecnici Garino e Valleo ed è stata cucita più volte a seguito degli strappi dovuti all’uso.

Gli sportivi leinicesi

di Toni Balbo

Nel secolo scorso gli sport più praticati dai leinicesi erano sicuramente il calcio ed il ciclismo, seguiti dall’alpinismo, lo sci, l’atletica (podismo), le bocce, la caccia, ecc.
Dei primi due abbiamo le immagini della partenza di una gara ciclistica da piazza Vittorio Emanuele II e della squadra dei geometri in un torneo amatoriale di calcio, tenutosi nel campo sportivo di via Caviglietto con sullo sfondo l’allea dei tigli di via Torino.
In merito a quest’ultima si riconoscono i geometri Ronco, Devià, Argano, Grogno, Silvio Luetto, Ballesio (portiere). Riconoscete qualcun altro?

La partenza dei ciclisti
La squadra dei geometri

Leinì nel 1925 (circa)

di Toni Balbo

Dalla fotografia aerea del comune di Leinì, eseguita dal XIII stormo, 43° Gruppo, aeroplani da bombardamento nell’anno 1925 (circa), ho estrapolato due particolari:
– il primo riguarda la zona della stazione, dove si notano la presenza del belvedere (cocolin) e una stesa di tovaglie e lenzuola di un lavandaio;
– il secondo l’incrocio fra via Torino e via Dei Paschi, dove sono immortalati tre lavoranti nell’atto del taglio del grano.

La “stazione”

Il taglio del grano (clicca sopra per ingrandire)

La borgata Raviolo di Leinì

di Toni Balbo

Osservando il reticolo centuriale di Leinì, risalente al primo secolo avanti Cristo, nel tratto della borgata Raviolo, situata alla confluenza fra via Carrera e via Del Padre, risaltano alcune particolarità.
Sulla carta francese del 1810 ~, la località è denominata Les Croset. Il toponimo è stato sicuramente indicato da persone abitanti del luogo, da ritenersi perciò di antica memoria.
La sua posizione è situata all’incrocio fra un cardo e un decumano che delimita le centurie della zona.
Croset (pron. crusèt) in piemontese è un cognome, Crosetto (esistente quasi solo in provincia di Torino) e può derivare proprio dal fatto che in origine abitavano presso quell’incrocio.
Attenzione, queste che sto facendo sono supposizioni, ma l’assonanza dei termini, il toponimo e la prossimità dell’incrocio tracciato dai Romani, provocano delle forti coincidenze.

Il reticolo delle centurie è segnato in blu.

Un’altra particolarità si osserva rispetto all’orientamento dei fabbricati più antichi situati fra la borgata Raviolo e il cimitero. Sono quasi tutti disassati rispetto al fronte strada di via San Francesco al Campo. Ma se tracciamo il decumano di quella zona, le case come d’incanto risultano essere tutte ortogonali ad esso.
Sicuramente le case non sono antiche di millenni, ma questo fatto può voler dire che la strada centuriale originaria possa essere stata presente fino a qualche secolo fa.

Il decumano è tracciato in rosso

Sulla storia (anche di Leinì)

di Toni Balbo
Ultimamente ho letto un bel libro dal titolo “Prima lezione di storia moderna” di Giuseppe Galasso, edito da Laterza & Figli. Vi voglio proporre un paio di pagine che mi sembrano significative.
No documents, no history, si potrebbe dire, e a molto migliore ragione, parafrasando un noto slogan pubblicitario. Il passato, si dice, è un non più. Alcuni ne parlano come di un’assenza. In realtà, non si tratta né di qualcosa che non è più, né di un’assenza. Si tratta semplicemente del passato, cioè di vicende umane che hanno avuto luogo e che noi, secondo le nostre possibilità, vogliamo o dobbiamo rievocare. E le rievochiamo perché ne sentiamo oggi il bisogno, e ciò significa che il passato in qualche modo, in qualche misura, è ancora con noi; e che presso di noi la sua non è la presenza di un’assenza, ossia di qualcosa che non c’è, bensì la presenza di un elemento di cui avvertiamo la sollecitazione. Il lavoro degli storici è, appunto, quello di giungere a una rievocazione la più piena possibile di quel passato. Come?
Servendosi, si può subito rispondere, di tutte le tracce che il passato lascia di sé, del suo operare e del suo pensare, sentire e, insomma, di tutta la sua vita materiale e morale. Per lunga tradizione il lavoro storico ha privilegiato in modo quasi esclusivo le tracce scritte del passato, ossia documenti pubblici e privati, libri e scritture di qualsiasi genere, iscrizioni o epigrafi su tombe, monumenti, pietre miliari, o sugli “avanzi” (come pure si dice) in qualsiasi altro modo giunti fino a noi. Poi è stato a giusta ragione osservato che i documenti e le tracce del passato non sono affatto limitati alle scritture, quali che esse siano, ma che anche le opere d’arte, gli utensili, le produzioni dell’artigianato, i capi di abbigliamento e di arredamento, gli arnesi di lavoro, gli oggetti preziosi, una tavoletta votiva e, quindi, ogni altro oggetto o cosa che ci sia pervenuta, è una traccia di quel passato. Né basta: leggende, tradizioni, credenze, la struttura delle lingue, i modi di dire, la fisionomia del paesaggio urbano e non urbano, le pratiche produttive della vita economica, i resti organici e fossili di qualsiasi tipo, i mutamenti climatici in quanto ricostruibili sono diventati via via documenti storici non meno rilevanti di qualsiasi scrittura. L’archeologia, la linguistica, lo studio dell’immaginario, la storia della tecnica e varie altre discipline hanno contribuito, così, a un provvidenziale allargamento della documentazione storica. Si sono messe a punto tecniche molto sofisticate per individuare la data e l’autenticità, oltre che la natura e il significato, dei documenti storici. Si sono studiate le maniere migliori non solo di rintracciare tali documenti, ma anche di conservarli.
Nell’ampiezza, praticamente illimitata, assunta dal tipo di documentazione a cui rifarsi per gli studi storici, la documentazione scritta ha conservato, tuttavia, una certa preminenza. Questa preminenza ha diverse ragioni. La principale è certamente che la scrittura offre una espressione solitamente diretta e immediata di quanto con essa si vuole attestare, ricordare, disporre, affermare o negare, modificare o revocare, e insomma stabilire a futura memoria o per le esigenze più o meno urgenti del presente. È come se, essendo stata il primo mezzo di comunicazione consapevolmente usato per scrivere di storia, la scrittura conservasse una sorta di diritto di primogenitura anche dopo che la tipologia delle fonti storiche è diventata tanto più ampia e diversificata”.
Non si può che concordare con il Galasso, osservando che le cose scritte a futura memoria, soprattutto se stampate sulla carta, conservano anche tutti gli errori in esse contenuti.
Mi è capitato recentemente di leggere che i Marchesi di Monferrato sarebbero stati i primi feudatari di Leinì. Se il Marchese potesse, oltre che rivoltarsi nella tomba, saltare fuori dalla fossa in cui giace, passerebbe in un baleno a fil di spadone l’autore di una simile fesseria!

La genealogia dei Balbo di Leinì

di Toni Balbo

Dopo più di tre lustri sono riuscito, finalmente, ad ultimare la genealogia dei Balbo di Leinì.
La ricerca è stata lunga e faticosa, non solo nel reperimento dei dati ma anche nella interpretazione degli stessi.
La raccolta dei dati (nome e date di vita) è stata fatta nei cimiteri, negli archivi comunali e parrocchiali, negli atti testamentari, ecc. e mi sono limitato alla linea paterna.
Il loro ordinamento ha comportato la comparazione delle date ma anche dei nomi di battesimo, che sovente si ripetevano. Curiosi quelli di Francesco – fu Francesco – fu Francesco, o di Francesco sepolto come Giuseppe: “la moglie pose”!
Il cognome era Balbo, ma anche “detto Mossetto”, ma anche solo “Mossetto” o, per non sbagliare: “Balbo Mossetto”!
I rami dei Balbo di Leinì sono tre, ai quali ho dato il nome del luogo di residenza, cioè Palera, Roveglia e Verdiero (via Matteotti).
La comparsa del primo Balbo a Leinì è datata intorno al 1770 e proveniva da Volpiano.
Nell’archivio parrocchiale di Volpiano sono risalito fino al 1630; tra tutti i Balbo, l’antenato di quelli leinicesi è Balbo Mossetto Giovanni Domenico morto il 5 luglio 1747: “Raccomandabile Giovanni Domenico fu Giovanni, dei Balbo Mossetto, di questo luogo, quasi ottantenne (nato perciò nel 1667), pentito e munito di Eucarestia, è morto la notte precedente e oggi è stato sepolto nel cimitero parrocchiale maschile”. Proprio così, in quell’epoca, a Volpiano, neanche da morti i maschi potevano stare vicino alle femmine!
A questo punto bisognava fare l’albero genealogico, come farlo?
Intanto mi sono limitato al ramo della mia famiglia, quello di Roveglia, se no veniva troppo grande.
Ho preso una tavola di legno e ho disegnato i solchi che i miei antenati hanno lasciato nell’albero della vita, a sinistra la scala delle date dal 1630 al 2090, a destra le incisioni della lunghezza di vita con il nome di battesimo, un righello permette di conoscere le date di nascita e di morte di ognuno.
E adesso tocca ad altri riempire gli spazi lasciati vuoti.

Albero genealogico dei Balbo

Un particolare