I prodi di Leynì – Carlo Gremo

di Toni Balbo

Vi propongo l’articolo che un anonimo ha pubblicato sul “Bollettino Ufficiale del Comitato leynicese per i provvedimenti economici a favore delle famiglie dei richiamati durante la guerra” il 10 ottobre 1915.
Riguarda Carlo Gremo, “un prode di Leynì”, al quale il Comune e la locale sezione bersaglieri nel 1959, centenario della battaglia di S. Martino, hanno dedicato una lapide presso la sua abitazione in via Carlo Alberto 145.
La particolarità dell’articolo sta nella sua originalità e nel taglio a favore dell’intervento italiano nella guerra 1915-18. Gremo era ancora vivo, è morto poi nel 1929, per cui la testimonianza è senz’altro veritiera, anche se descritta con la tipica enfasi del periodo.

Sulla lapide tombale nel cimitero di Leinì è scritto:
“Cav. Carlo Gremo, 1831 – 1929
Caporale del 9° battaglione del gen. Lamarmora.
Combattente della II Guerra per l’Indipendenza e l’Unità d’Italia.
Mutilato della gamba destra alla battaglia di S. Martino del 24 giugno 1859.
Medaglia d’argento al valor militare. Medaglia francese della Campagna d’Italia del 1859. Medaglia militare francese dell’Ordine della Legion d’Onore. Premio al Valore per la liberazione della città di Milano. Cavaliere della Corona d’Italia”.

Gremo rit 2

I PRODI DI LEYNÌ – CARLO GREMO

Vegeto e robusto vive tuttora, stimato ed ammirato, nella nostra Leynì, nella rispettabile età di 84 anni.
Porta il segno dell’olocausto offerto alla Patria, del valore suo dimostrato alla battaglia di S. Martino, nel 1859, poiché il piombo austriaco lo privò di una gamba. Ma nell’attuale fervor di guerra, ancora e sempre contro l’austriaco; ora che i giovani vogliono e sanno emulare i vecchi fra il grandinare delle pallottole e lo scoppiare degli shrapnels, egli va orgoglioso del suo sacrificio, sente di aver dato un grand’esempio e sorride di compiacenza nel vederlo arditamente seguito dai nostri Leynicesi che ora ricevono, lieti e senza paure, il battesimo del fuoco.
Oh quante interessanti cose egli ci sa raccontare con limpida visione sulla sua grande battaglia contro gli Alman! Già allora questo nemico, che dimostrava tanta bravura nell’uccidere persone inermi, nello straziare donne e bambini imploranti pietà, nel servirsi di ogni mezzo indegno di leale avversario, proprio come ora, aveva una paura matta della baionetta italiana! Il grido “Savoia!” che ora come tuono minaccioso scompiglia le file nemiche, risonò potente, in quella memorabile giornata, sulla bocca del Gremo e compagni, come un urlo di giganti e li accompagnò alla vittoria. All’udire il racconto dei nostri micidiali attacchi alla baionetta in questa guerra, il Gremo con energia giovanile, orgoglioso esclama: – Ah così pure facevamo noi, e mai si tornava indietro!
Era egli caporale nel famoso Corpo dei Bersaglieri, dal simpatico cappello piumato, dal passo celere e ardito che non conosce ostacoli; in quel corpo che formò l’ammirazione di Guglielmo II, l’attuale più tenace rappresentante del militarismo, quando col compianto Re Umberto passò in rivista la guarnigione di Roma. Comandava il Corpo lo stesso suo insigne fondatore, generale Alessandro Lamarmora; Capo del suo 9° Battaglione il Gremo ricorda il maggiore Angelini, e della 35a Compagnia a cui egli apparteneva, il bravo capitano Migliara.
Questi nomi come bene li scolpì il nostro caporale nella sua mente! Ei li rammenta come il nome del padre suo, perché valorosi e perché amavano i loro “bravi ragazzi”, come si compiacevano di chiamare i propri bersaglieri. Ricorda quanto sapevano animarli al cimento, inebriarli della futura vittoria! Essi non facevano che seguire le orme del Gran Re Vittorio Emanuele II, il quale in quelle giornate fu luminoso esempio di valore, tanto da essere chiamato dai prodi zuavi francesi “il nostro intrepido caporale”, cosa equivalente a una alta promozione sul campo.
Il nostro Gremo sa descrivere le durezze di quella giornata campale (24 giugno 1859), quanto difficile l’avanzare, come aspra la lotta, essendo gli Austriaci ben fortificati sulla sommità di quei colli e da ottima posizione potendo battere facilmente i nostri, contrastarne ogni passo, falciarne le indomite schiere.
Dopo un primo attacco, tale era la gragnuola di proiettili, che si dovette ripiegare. Un secondo attacco furioso subì la sorte del primo. E calava la sera: erano le 6. Non era possibile che l’eroismo dei piemontesi dovesse chiudere quella giornata con una ritirata. Furenti per lo smacco subito, invasi dalla voluttà di vendicare i compagni loro strappati dal piombo austriaco, i baldi bersaglieri fra i primi, sotto l’imperversare di un uragano di pioggia, ritornano con maggiore irruenza all’assalto; il famoso “Savoia” risuona più tonante fra quelle valli, testimoni di uno sforzo da eroi, della lotta immane, gigantesca.
Un proiettile nemico ferisce il caporale Gremo in una gamba e l’obbliga momentaneamente a sostare. Non un grido, ma una imprecazione di dispetto gli esce dalle labbra. Egli tuttavia nulla sente, nulla deve trattenerlo; riprende come può la salita. Al compagno che vuole sorreggerlo, grida: “Avanti, c’a l’è pa nen” e il suo fucile non cessa di sparare.
E’ un’orrenda tenzone, un diluvio d’acqua, un fragore infernale di cannoni misto al rombo della folgore; ma allorchè le tenebre stanno per coprire quel cozzo violento, formidabile, pare che il cielo sorrida al magnanimo ardimento piemontese e la palma della vittoria scende radiosa sopra i nostri, perché i terribili Alman, sgominati completamente, cercano tumultuosamente scampo nella fuga.
Allora finalmente dovette piegarsi la loro superba cervice al volere d’Italia, che de’ suoi figli iniziava la sospirata redenzione, segnando fin da quel giorno alle future generazioni il nuovo cammino da percorrere, il grande compito ch’era debito assolvere: quello che ora ci ridonerà i veri confini, la libertà delle italiane terre.
Il valoroso caporale Gremo, fra le grida della meritata vittoria, estenuato dal copioso sangue uscito dalla ferita gamba, cadde e non potè più rialzarsi. Raccolto dai suoi commilitoni venne portato all’ambulanza, dove ebbe le prime cure, e quindi trasportato all’Ospedale Militare di Torino, dove di lì a poco un bel giorno vide presentarsi al letto il maggiore Angelini, che conscio del suo eroismo l’aveva proposto per la medaglia d’argento al valore e veniva a portargli la lieta novella e congratularsi con lui. Fu una gioia pel povero ferito, a cui si era dovuto amputare la gamba, e che compieva il sacrificio fra i dolori. Un tenente poi fu incaricato di rimettergli quella medaglia per lui preziosa. A quella vista si alzò sul lettuccio, afferrò la medaglia e la rimirò cogli occhi lucenti di lagrime, e stringendo la destra del tenente in segno di ringraziamento, esclamò: “E’ vero, ho perduto una gamba, ma abbiamo vinto gli Austriaci”.
Orgogliosa può essere Leynì di questi suoi figli! E come allora, oggi: il soldato d’Italia non si smentisce mai.