di Toni Balbo
Delle emigrazioni dei leinicesi verso l’estero conserviamo preziose testimonianze storiche, come il diario di Secondo Cravero, e i ricordi custoditi in quasi ogni famiglia. Tra la seconda metà dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, infatti, il fenomeno ha toccato antenati, parenti e amici di molti di noi. Nella mia famiglia, ad esempio, si contano due emigrati negli Stati Uniti e due in Argentina.
Dell’immigrazione a Leinì nell’800 non abbiamo notizie certe, anche se immaginiamo ci fosse una certa mobilità, sappiamo che era meta di diverse famiglie benestanti torinesi, appartenenti alla borghesia o alla nobiltà, che si potevano permettere la “casa di campagna” dove trascorrere il tempo libero e le vacanze (!), in cascine strutturate con una parte “civile”, adibita ad abitazione del proprietario, e di un “rustico” dove alloggiava una famiglia di contadini, che coltivava a mezzadria i terreni e che forniva beni di prima necessità.
Per quanto riguarda i flussi di immigrati in entrata a Leinì, le prime notizie significative risalgono solo al secondo dopoguerra, poiché durante il ventennio fascista i cambi di residenza erano fortemente limitati. Non appena queste restrizioni decaddero, la mobilità riprese vigore: molti scelsero di lasciare i luoghi d’origine per trasferirsi dove speravano di trovare maggiori opportunità di riscatto sociale ed economico.
Negli anni Quaranta e Cinquanta del secolo scorso, l’industria torinese visse una forte espansione. Attratti dal lavoro in fabbrica, molti leinicesi abbandonarono la terra: si andava a lavorare a Torino in bicicletta o con la corriera. Le cascine rimaste libere vennero così affittate ad agricoltori provenienti principalmente dalla provincia di Cuneo e, successivamente in misura minore, da Lombardia e altre regioni del nord Italia.
Poco dopo, nel 1951, la drammatica alluvione del Polesine costrinse intere famiglie a fuggire: alcune di queste arrivarono a Leinì dalle province di Ferrara e Rovigo, dedicandosi principalmente all’artigianato come meccanici, falegnami, ecc.
Nel frattempo, la grande industria torinese continuava a crescere, trainando lo sviluppo dell’edilizia e di innumerevoli piccole officine (le storiche “boite”). A Leinì L’Officina Caviglietto, poi le più grandi Domowatt, Agudio, Cartiera Giacosa e altre ancora. L’intera provincia si trasformò in un enorme cantiere a caccia di nuova manodopera, che questa volta arrivò in massa dal Sud Italia e dalla Sardegna. Per un certo periodo a Leinì fu anche in attività l’Associazione dei Sardi.
Leinì, come altri Comuni della cintura torinese, offrendo case più a buon mercato rispetto a Torino, divenne una meta preferibile in una crescita che appariva inarrestabile.
L’incontro tra culture diverse non fu privo di iniziali difficoltà ma, nel complesso, l’integrazione avvenne in modo ordinato. Oggi, quelle famiglie sono a tutti gli effetti leinicesi.
Arriviamo così agli ultimi decenni, caratterizzati da una nuova ondata migratoria che attinge da ogni parte del mondo: Albania, Europa dell’Est, Nord Africa, Medio Oriente, Cina. Inoltre si sta assistendo in questi ultimi anni ad un trasferimento di torinesi verso il nostro paese che trovano a Leinì un ambiente più vivibile rispetto alla grande città.
Nel corso del tempo, l’ospitalità leinicese si è dimostrata un valore profondo di accoglienza e solidarietà. È un tratto radicato nella tradizione rurale e nella storia della nostra comunità, capace di evolversi costantemente attraverso l’inclusione sociale e l’attenzione ai legami umani e territoriali.
A proposito, anche la mia famiglia è immigrata a Leinì: all’incirca nel 1750 il primo antenato dei Balbo leinicesi arrivava da Volpiano!